
Arduo consegnare un capolavoro da un capolavoro (l’originale del 1932 è di Howard Hawks e dello sceneggiatore Ben Hecht, cui il film è dedicato), ma questo di Brian De Palma è un gangster-movie di “ascesa e caduta” del tutto avulso dal suo predecessore, dove il regista di thriller hitchcockiani macabri (qui guarda più a Sergio Leone), nel suo primo film ad alto budget, s’incontra con l’epica megalomane e violenta di Oliver Stone (sceneggiatore e, ai tempi, cocainomane come il suo protagonista). Ne scaturisce un prodotto delirante e iperbolico, kitsch e scurrile (non in TV: dialoghi ad hoc occultano la parola “fuck/cazzo”, ripetuta 183 volte), come, ai tempi, non si erano mai visti o sentiti. Dando seguito all’idea di Sidney Lumet, primo regista incaricato, cui non piacque il trattamento di Stone, l’azione si sposta dalla Chicago degli anni Trenta alla Miami contemporanea, inseguendo un taglio anche politico: i due protagonisti sono rifugiati cubani (lo Scarface originale era italoamericano), criminali cacciati da Fidel Castro e imbevuti del Sogno Americano da perseguire nel proibizionismo (l’alcol allora, le droghe oggi).
Se il gangster è ancora un “antieroe”, viene spogliato delle vesti romantiche del suo predecessore, accentuandone le valenze negative (compreso il tema incestuoso dell’amore verso la sorella, latente in Hawks) e invalidando l’istanza morale del cinema classico, sostituita con l’esibizione della sovranità del Male, seducente in decadenza, disgusto e orrore stilizzato (l’uomo fatto a pezzi dalla sega elettrica, il nightclub fatto a pezzi dai mitra). Il crescendo in caduta trova la sua apoteosi nel finale debordante alla Carrie, un La furia umana portato a eccessi figurativi che si specchiano nel delirio di onnipotenza, con corollario sull’ambiguità fra celebrazione e condanna.
Fra varie citazioni, nella prima sequenza il Montana di un immenso Al Pacino dichiara propri maestri d’inglese James Cagney e Humphrey Bogart. Sottovalutato dalla critica e accusato di brutalità figurativa, nel tempo il film è diventato tutto: di culto prima, un classico poi, iconico nella cultura popolare infine.
