Ozzy Osbourne: nato dalle ceneri, diventato leggenda

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Il 20 settembre 1980 esce nei negozi un disco che nessuno si aspettava davvero. John Michael Osbourne (per tutti Ozzy) era stato licenziato dai Black Sabbath l’anno prima, travolto dagli eccessi e considerato finito. Aveva trentadue anni, nessuna band, nessun contratto e una reputazione che faceva più paura della sua musica. Eppure Blizzard of Ozz, il suo album d’esordio solista, non suona come il lavoro di un uomo alle corde. Suona come una dichiarazione di guerra.

“Mi hanno detto che ero finito. Ho pensato: bene, allora non ho nulla da perdere. E ho fatto il disco più importante della mia vita.” – Ozzy Osbourne, intervista a Rolling Stone, 1981

Il segreto di quella rinascita ha un nome e un cognome: Randy Rhoads. Il chitarrista ventitreenne di Quiet Riot che Sharon Arden, futura moglie di Ozzy e sua manager, scovò durante i provini a Los Angeles portò nell’album una tecnica classica applicata al metal con una precisione quasi soprannaturale.

Dal precipizio al trono

I due anni che separano il licenziamento dai Black Sabbath dall’uscita di Blizzard of Ozz sono anni di deriva vera. Ozzy li racconta con la stessa brutalità con cui racconta tutto: hotel distrutti, bottiglie vuote, una carriera che sembrava essersi fermata per sempre. Sharon Arden non gli offrì soltanto una seconda chance professionale, gli offrì una struttura, una visione, e la convinzione incrollabile che avesse ancora qualcosa di enorme da dire. Lei lo rimise in piedi. Lui incise Crazy Train.

Quella canzone, quattro minuti e mezzo di chitarre ipnotiche, batteria martellante e un ritornello che entra in testa e non ne esce, diventa immediatamente il manifesto della sua rinascita. Il riff iniziale di Rhoads è uno dei cinque o sei più riconoscibili nella storia del rock. Ozzy lo canta come se stesse urlando dal bordo di un abisso. Forse perché ci era davvero appena stato.

La chitarra di un dio chiamato Randy

“Randy non suonava la chitarra. La parlava. E quello che diceva era qualcosa che nessuno aveva ancora trovato le parole per dire.”

Ozzy Osbourne, in memoria di Randy Rhoads, 1982
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Mr. Crowley, la seconda traccia dell’album, è dove si capisce davvero cosa sarebbe potuto diventare il sodalizio tra Ozzy e Rhoads. L’intro d’organo cede il posto a un assolo che molti chitarristi studiano ancora oggi come si studia Bach. Rhoads aveva frequentato i corsi di musica classica mentre suonava nei club di Los Angeles. Portò quella disciplina nel metal senza tradirlo: non lo ingentilì, lo approfondì.

Il 19 marzo 1982, durante il tour di Diary of a Madman, Rhoads muore in un incidente aereo assurdo, aveva venticinque anni. Ozzy non ha mai smesso di portarlo con sé. Ogni concerto degli ultimi quarant’anni è anche un omaggio a quel ragazzo californiano che gli restituì la voce quando credeva di averla persa per sempre.

Il principe delle tenebre non tramonta mai

Quasi mezzo secolo dopo la sua pubblicazione, Blizzard of Ozz rimane uno degli album rock più venduti di sempre, con oltre dieci milioni di copie nel mondo. Ma il numero non racconta la storia più importante. La storia è quella di un artista che, nel momento più buio della sua carriera, ha trovato la versione più autentica di sé stesso — non nonostante la caduta, ma attraverso di essa.

Ozzy Osbourne ha morsicato la testa a un pipistrello sul palco, è finito in copertina su ogni rivista del pianeta, ha avuto dipendenze, ricadute, diagnosi difficili. Ha fatto di tutto per distruggersi. Non ci è riuscito. E forse è proprio questa tenacia ostinata, quasi grottesca, a renderlo uno degli ultimi grandi romantici del rock: un uomo convinto, contro ogni evidenza, che il prossimo disco sarà il migliore.

In memoriam

Anche se ci ha lasciati il 22 luglio 2025, a settantasei anni, Ozzy Osbourne rimarrà per sempre la leggenda assoluta dell’hard rock. Una voce che ha attraversato decenni, cadute e resurrezioni, e che ha saputo congedarsi dal mondo con la stessa grandezza con cui vi era entrato sul palco di Birmingham, davanti alla sua città, con i suoi Black Sabbath. E non è un caso che uno dei suoi brani più amati porti quel titolo, No More Tears: perché Ozzy le lacrime le ha trasformate in musica, e quella musica non finirà mai.

Articolo di: Bono Giacomo – Impaginatore: Bono Giacomo

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